18/06/2019

I miliardi inghiottiti dal buco nero dei money transfer

 

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Se in cinque anni hai solo lo 0,0X% di possibilità di ricevere un’ispezione o un controllo, allora è chiaro il motivo per il quale i money transfer possono dormire sonni tranquilli. Che siano operatori italiani o stranieri, la possibilità di mettere a rischio i circuiti antiriciclaggio, antiterrorismo internazionale e antievasione fiscale e commerciale resta dunque sempre elevato.

Gli ultimi dati diffusi dal III Reparto operazioni del Comando generale della Guardia di Finanza parlano chiaro. Dal 2011 al 2015 i controlli sono stati 131 (una media di 26,2 all’anno), le ispezioni 522 (in media 104 all’anno) e hanno portato alla scoperta di 243 violazioni (perlopiù in relazione al trasferimento di denaro) e 648 soggetti denunciati o verbalizzati.

La Gdf gira sempre con il motore al massimo delle sue possibilità. Nel periodo 1° giugno – 30 novembre 2016 (gli ultimi dati disponibili elaborati per il Sole-24 Ore) sono stati complessivamente eseguiti 2.435 accertamenti nei confronti di altrettante agenzie di money transfer che hanno permesso di identificare 3.902 persone, di cui 583 con precedenti di polizia e 2.453 cittadini extracomunitari, nonché denunciare 91 soggetti (di cui 2 arrestati) e di contestare 75 violazioni amministrative.

«La numerosità dei punti di vendita, la possibilità di passare da un operatore all’altro e l’assenza di normative che impongano vincoli di mono mandato – ha spiegato il 12 aprile 2016 in Commissione Finanze della Camera Giuseppe Maresca, a capo della direzione Antiriciclaggio del dipartimento del Tesoro del ministero dell’Economia – rendono i controlli difficili e costosi».

Le rimesse
I controlli rappresentano una goccia nell’oceano delle rimesse di soldi all’estero, che nel 2015 (ultimo dato disponibile) hanno superato il tetto dei 5,3 miliardi; erano 7,4 nel 2011. La Romania è stato il primo Paese destinatario (16,1%), seguito da Cina (10,6%) e Bangladesh (8,2%). Ecco il quadro completo:

DOVE VANNO I SOLDI DEI MONEY TRANSFER
(Fonte: Money Tranfer Working Group)

Il calo deriva da un apparente drastico e repentino ridimensionamento delle rimesse verso la Cina, scese dai 2.674 milioni del 2012 ai 557 del 2015.«La riduzione registrata in questi ultimi anni e la sua velocità di realizzazione – ha spiegato nell’audizione resa il 19 aprile 2016 in commissione Finanze della Camera, Claudio Clemente, direttore dell’Uif, l’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia – sono apparse anomale anche alla luce degli elementi disponibili e del confronto con l’Agenzia delle dogane nell’ambito dell’attività di collaborazione con la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. L’attività svolta ha consentito finora di accertare che almeno una parte significativa della differenza riscontrata dipendeva dalla migrazione di numerosi agenti verso Istituti di pagamento comunitari che sono risultati meno attenti al profilo dei controlli e che non hanno contribuito alla rilevazione statistica dei dati. In linea generale si è rilevata la capacità, che rende ipotizzabile una sottostante organizzazione estesa ed efficiente, di cambiare con rapidità gli operatori di riferimento da parte di reti di agenti ad ogni avvisaglia di attenzione sulla loro attività».

«Emergono più recentemente – ha aggiunto Clemente – analoghi comportamenti volti a spostare l’attività su Istituti di moneta elettronica comunitari. Potrebbe quindi aprirsi un possibile scenario basato sull’ulteriore asimmetria normativa tra Istituti di pagamento e Istituti di moneta elettronica in grado di generare anche nuove scelte opportunistiche, basate essenzialmente sull’esigenza di ridurre i costi di compliance».

L’ex sostituto procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giusto Sciacchitano, nella relazione Dna per il periodo luglio 2014/giugno 2015, consegnata in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016, proprio con riferimento alla comunità cinese, scrive che non «si esclude, anzi si propende per l’ipotesi che i canali di trasferimento di provviste illecite all’estero siano stati modificati e ricalibrati rispetto alla risposta repressiva».

Difetto di comunicazione
L’analisi è corretta e a ciò si aggiunga non solo che spesso c’è un difetto di comunicazione dei dati delle rimesse da parte degli agenti che dipendono da operatori money transfer comunitari (è prevista una mera sanzione per l’inadempimento e la stessa Banca d’Italia, che ha il compito di monitorare e calcolare i flussi, ha posto il problema al Legislatore) ma anche il ricorso ai money transfer rischia nel breve periodo di essere oscurato da forme di trasferimento dei soldi che sfuggono sempre più spesso ad ogni forma di tracciabilità. Non solo bitcoin ma anche chat e app telefoniche via Internet – con le quali, affinando il cosiddetto sistema Hawala, i soldi corrono sulla “parola”, alla quale si adempie successivamente magari anche con compensazioni tra crediti e debiti – e carte prepagate nazionali internazionali che, grazie ad un iban, fungono da contro corrente e che quindi possono essere “caricate” e “scaricate” in ogni parte del mondo e ogni volta che lo si desidera.

Riassumendo: al netto della crisi economica che peggiora anno dopo anno anche la voce “rimesse”, appare chiaro che una quota sempre più consistente di denaro sfugge alla tracciabilità finanziaria grazie agli artifici illeciti.
Buchi neri che si aggiungono al più grande buco nero del sistema del trasferimento globale del denaro contante, quello, appunto, dei money transfer.

La rete dei trasferimenti
La prima smagliatura nella rete è quella degli sportelli finanziari, dove dominano tre multinazionali: Western Union detiene il 45% del mercato, MoneyGram e Ria il 20% a testa mentre il resto è frazionato tra piccoli operatori. Alcuni registrati in Italia, altri in giro per l’Europa.

Il primo vulnus è proprio questo. Gli agenti che prestano esclusivamente i servizi di pagamento su mandato diretto di intermediari nazionali, autorizzati dalla Banca d’Italia, sono tenuti a iscriversi nella sezione speciale dell’elenco degli agenti in attività finanziaria, anche se operano in uno Stato comunitario. «Diversamente, gli agenti che svolgono la propria attività per conto di istituti di pagamento o di moneta elettronica comunitari – ha ricordato il dirigente del Tesoro Maresca – sono sottoposti alla disciplina di settore del Paese in cui l’intermediario ha ottenuto l’autorizzazione». Al termine dell’audizione, Maurizio Bernardo (Ap), presidente della Commissione Finanze, ha rincarato la dose, affermando che i money transfer «pur operando sul territorio italiano, non sono tenuti a iscriversi nella sezione speciale dell’elenco degli agenti in attività finanziaria ma solo nel registro pubblico dei Paesi d’origine. Sarebbe auspicabile che qualunque società operante in Italia debba essere registrata in Italia oppure debba istituire un punto di contatto nel nostro Paese». Cosi non ci si può sorprendere se dietro un agente che opera in Italia si possa nascondere una catena di società e registrazioni che conducono a Stati a fiscalità agevolata dove è facile e, paradossalmente, lecito nascondere identità e interessi (si vedano approfondimento sull’Organismo degli agenti e dei mediatori, l’Oam e il video con casi di scuola).

“La numerosità dei punti vendita, la possibilità di passare da un operatore all’altro e l’assenza di normative che impongano vincoli di mono mandato rendono i controlli difficili e costosi”

Giuseppe Maresca, capo della direzione Antiriciclaggio del dipartimento del Tesoro

I punti vendita
È un fenomeno in gran parte oscuro quello dei money transfer, che offrono tariffe che le banche e gli uffici postali, dalle quali pure sono costrette a transitare per il servizio reso, non potrebbero quasi mai praticare.
Perfino sui numeri non c’è chiarezza. O meglio: ciascuno usa una propria metodologia di calcolo. La Gdf indica 22mila agenti di cui 21mila riconducibili ad operatori stranieri, mentre i tre colossi multinazionali del settore presenti in Italia, parlano di una rete di distribuzione composta da 35mila punti.
La Banca d’Italia, attraverso l’audizione di Clemente, ha descritto con maggior armonia la struttura del mercato. A fine 2015 gli Istituti di pagamento italiani erano 9 (19 a fine 2012) e operavano con una rete di 1.279 agenti. Alla stessa data erano 270 gli istituti comunitari che avevano comunicato a Bankitalia lo svolgimento del servizio. Di questi 36 avevano dichiarato di volere operare con una rete di agenti mentre i punti di contatto centrale censiti dall’Oam erano 14, per una rete complessiva di 12.269 agenti. Inoltre, a fine 2015 c’erano quattro istituti di moneta elettronica italiani e 83 esteri, di cui 31 hanno notificato all’Uif l’intenzione di svolgere il servizio di rimessa di denaro.

Il paradosso
Un paradosso vale comunque per tutti: che siano 22mila o 35mila punti vendita, nessuno di loro è sottoposto ad una compiuta regolamentazione finanziaria. La loro funzione è più o meno equiparabile a quella di un tabaccaio che gestisce la puntata su un evento sportivo: accettano la somma da trasferire, registrano l’operazione e rimettono i soldi alla società. Non è un caso che, oltre alle sedi dedicate, i money trasfer trovino ospitalità presso agenzie di viaggio, bar, tabaccherie, librerie, internet point, call center, bazar, nei quali la nazionalità non è solo quella italiana, come del resto la lingua, spesso “masticata” male. Un titolare su due è nato in Italia, mentre il resto arriva dal Bangladesh (19,2%), Pakistan (5,5%), Perù (4,8%) e via via da altri Paesi perlopiù extracomunitari con un alto indice di frammentazione tra le etnie.

LE OPERAZIONI SOSPETTE /1
Operazioni sospette segnalate dal MTWG* (Fonte: *Money Transfer Working Group)
49.21348.1612014201548.00048.50049.00049.500
LE OPERAZIONI SOSPETTE /2
Richieste da parte di autorità evase dal MTWG* (Fonte: *Money Transfer Working Group)
4.7944.3235.5652013201420154.0004.5005.0005.5006.000

Le analisi ispettive dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) di Banca d’Italia confermano che la rete distributiva rappresenta l’anello debole del servizio di money transfer. «Gli agenti forniscono un contributo del tutto marginale alla collaborazione attiva – ha spiegato ancora Clemente in Commissione parlamentare – e spesso emerge il loro coinvolgimento diretto all’esecuzione di trasferimenti frazionati imputati a persone ignare o inesistenti ovvero a prestanome».

Le tante scappatoie
L’identificazione del mittente sarebbe obbligatoria. Ma di obbligatorio c’è solo il condizionale: basta eludere il limite dei mille euro a transazione con una da 999 euro ed ecco che il soggetto è autorizzato per legge a restare un fantasma. Non c’è solo questo stratagemma per aggirare la legge e più severi controlli. È sufficiente ricorrere a prestanome compiacenti ai quali intestare fittiziamente parte delle somme trasferite o indicare a questo fine soggetti defunti, di fantasia o del tutto ignari della transazione finanziaria et voilà, l’inganno è servito.

Visto che i mali non vengono mai da soli, si aggiunga anche il metodo hawala che non lascia alcuna traccia documentale del flusso. Come funziona? Presto detto: il cliente interessato allo stratagemma avvicina il mediatore italiano e gli consegna la somma da trasferire al destinatario fuori dai confini nazionali. Il mediatore contatta un suo “gemello” – vale a dire un mediatore estero – e gli fornisce tutte le coordinate del destinatario dei fondi e dell’importo (al netto delle commissioni) e gli promette di saldare il debito successivamente. «In pratica – ha affermato il 27 aprile 2016 in commissione Finanze della Camera il generale Stefano Screpanti, a capo del III Reparto operazioni del comando generale della Gdf – non vengono scambiati strumenti cambiari o di alcun altro genere, in quanto le transazioni sono basate unicamente sull’onore e su un sistema di registrazioni informali». E dire che c’è ancora chi pensa che in questo mondo la parola data non valga più.

Un raggiro dietro l’altro
Non solo i money transfer, come si scriveva sopra, sono un elemento costante di vulnerabilità. Bitcoin a parte – sul quale ci sarà un approfondimento nei prossimi giorni – nel (rag)giro antiriciclaggio e antiterrorismo entrano anche le monete elettroniche.
Le carte prepagate o ricaricabili non hanno infatti restrizioni o limiti geografici e garantiscono la possibilità di muovere capitali ovunque nel mondo, a beneficio di perfetti sconosciuti e senza identificare il manovratore. Letali, da questo punto di vista, come denuncia da tempo la Gdf, sono le “twin card” (carte gemelle) a favore dello stesso soggetto, che legittimano di fatto l’utilizzo – incontrollabile – delle stesse carte da parte di più persone. La presenza della carta “gemella” permette l’uso del plafond da parte di soggetti che sfuggono alla disciplina antiriciclaggio.

La catena delle società dall’Italia al Delaware

I tre colossi e i piccolini
Western Union, MoneyGram (da pochi giorni acquista per 800 milioni di dollari da Alibaba, il colosso cinese del commercio elettronico, attraverso la controllata Ant financial) e Ria – riuniti dal 2012 in Italia nel Money transfer working group (Mtwg) – hanno tutto l’interesse a un mercato trasparente ed efficace, come del resto hanno spiegato alla Commissione finanze della Camera il 28 aprile 2016. Il circuito, nel 2014, ha segnalato alle autorità giudiziarie 49.213 operazioni sospette, scese a 48.161 nel 2015. Le richieste da parte delle autorità giudiziarie alle tre società sono, invece, cresciute: erano 4.323 nel 2014 e sono diventate 5.565 l’anno successivo.

COME SI FINANZIANO I PAESI IN VIA DI SVILUPPO
Dati in miliardi di dollari (Fonte: Money Tranfer Working Group)

Massimo Canovi, presidente Mtwg, conferma al Sole-24 Ore che i primi ad essere interessati alla trasparenza e tracciabilità dei flussi finanziari sono proprio i colossi. «Le nostre società sono quotate nelle Borse valori di diversi Paesi – spiega Canovi – e dunque siamo sottoposti alla vigilanza di varie autorità italiane ed estere. Abbiamo costi di compliance, vale a dire di adeguamento alle regole e alle discipline regolamentari e normative, elevatissimi, per centinaia di milioni. Questo fornisce garanzia di qualità e sicurezza dei servizi. Abbiamo tutto l’interesse a mantenere questi vantaggi».

Canovi rivela che le grandi società hanno strutture di controllo con proprie persone che girano l’Italia e gli altri Paesi facendo finta di voler effettuare operazioni illecite, al fine di scoprire e denunciare per primi truffe, reati e raggiri. «Scherzando ma non troppo – afferma Canovi – diciamo che abbiamo più addetti fuori che dentro filiali e agenzie. Il vero problema sono le realtà piccole e piccolissime, che sfuggono ai radar e ai controlli e che quindi, paradossalmente, hanno meno bisogno di seguire le regole perché sanno che hanno un basso rischio di verifiche. Siamo stati noi i primi a proporre l’albo degli agenti, che oggi non esiste, e a voler dar vita ad un albo degli agenti “cattivi”, affinché rimanga memoria storica di chi ha sbagliato e magari è pronto a riciclarsi sul mercato. Quasi tutti i nostri agenti non operano in esclusiva e questo è un aspetto che va disciplinato, così come del resto va regolamentato il settore dei bitcoin».

 

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